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Scuole Oltre Le Frontiere

Immagine del redattore: Simona
Simona
23 set
Tempo di lettura: 5 min

Oltre la cittadinanza, oltre le etichette: chi sono davvero gli studenti "stranieri" nelle nostre scuole.



In questi giorni è tornato al centro del dibattito il tema del tetto agli alunni stranieri nelle classi.

Il Governo ha annunciato l’intenzione di rendere operativo, attraverso un provvedimento atteso in Consiglio dei Ministri, il limite del 30% già previsto “di norma” dalla circolare ministeriale del 2010. Secondo le dichiarazioni rese dal Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, il nuovo intervento dovrebbe riguardare soprattutto gli alunni che non conoscono la lingua italiana e prevedere deroghe nei territori nei quali non sia concretamente possibile distribuire gli studenti tra scuole diverse. Al momento, 23 settembre 2026, il provvedimento definitivo non è ancora stato pubblicato.

Il tema delle classi numerose e delle difficoltà linguistiche merita certamente attenzione. Ma prima di parlare di “studenti stranieri” bisognerebbe fermarsi un momento e chiedersi: di chi stiamo parlando?


A Como quasi 8.000 studenti hanno una cittadinanza diversa da quella italiana

I dati ci aiutano a uscire dalle impressioni.

Nell’anno scolastico 2023/2024, nelle scuole statali della provincia di Como erano presenti 7.985 alunni con cittadinanza non italiana, su un totale di 61.253 studenti: il 13% della popolazione scolastica. È una presenza significativa, ma molto diversa dall'immagine di una scuola composta da bambini appena arrivati dall'estero e ancora estranei alla realtà italiana.

Il dato nazionale rende ancora più evidente la distanza tra cittadinanza e reale esperienza scolastica. Nel 2022/2023 gli alunni con cittadinanza non italiana erano 914.860, pari all’11,2% degli iscritti. Il 65,4% di loro era nato in Italia. Nella scuola dell’infanzia la quota dei nati in Italia arrivava addirittura all’81%; nella scuola primaria al 69%; nella secondaria di primo grado al 63%.

Sono bambini e ragazzi che, per nascita o per storia familiare, possono avere una cittadinanza diversa da quella italiana, ma che spesso hanno frequentato qui la scuola fin dai primi anni di vita, parlano italiano, hanno amici italiani, conoscono il territorio, giocano nelle nostre palestre, frequentano le nostre biblioteche, i nostri oratori, le nostre associazioni, insieme ai nostri figli.

Alcuni sono arrivati in Italia da piccoli. Altri sono nati qui. Alcuni hanno genitori nati all’estero e nonni che vivono ancora nel Paese d’origine. Altri hanno una storia familiare ormai profondamente radicata in Italia. E allora chiamarli semplicemente “stranieri” racconta soltanto una parte della loro storia, spesso proprio la parte meno significativa.


Cittadinanza non significa lingua

Un documento anagrafico può dirci quale cittadinanza possiede una persona ma non necessariamente può dirci automaticamente quale lingua parla, dove è nata, da quanto tempo vive in Italia, quale scuola ha frequentato, quali relazioni ha costruito o dove considera casa propria.

Anche per questo, nel linguaggio delle istituzioni scolastiche e della ricerca, è più preciso parlare di “alunni con cittadinanza non italiana” (CNI) oppure, quando il tema lo richiede, di “studenti con background migratorio”. Sono formule meno immediate, ma descrivono meglio la realtà.

Perché uno studente può avere un cognome che ci ricorda un altro Paese e contemporaneamente essere nato a Como, avere frequentato la scuola dell’infanzia a Cantù, parlare italiano come prima lingua e sentirsi italiano o addirittura comasco molto più di quanto si senta legato al Paese di origine dei propri genitori.

Il cognome può raccontare la storia della famiglia ma solo parzialmente quella del ragazzo.


Ciò non significa ignorare le difficoltà che alcune scuole incontrano.

Un ragazzo appena arrivato in Italia, che non conosce la lingua e viene inserito direttamente in una classe, può avere bisogno di un sostegno specifico. Servono insegnanti formati, percorsi di italiano L2, mediatori linguistico-culturali, risorse e tempo.


Questo è un problema reale.


Proprio per questo la domanda dovrebbe essere: come individuiamo chi ha realmente bisogno di questo sostegno? La cittadinanza non è un indicatore sufficiente.


La Fondazione ISMU, analizzando i dati del Ministero dell’Istruzione, distingue da anni tra studenti nati in Italia e studenti nati all’estero e sottolinea come le cosiddette seconde generazioni costituiscano ormai la maggioranza degli alunni con cittadinanza non italiana.

Anche i dati della provincia di Como mostrano che la presenza di questi studenti è ormai strutturale: non siamo di fronte a un fenomeno temporaneo o emergenziale, ma a una componente stabile della nostra comunità scolastica.



C'è poi una questione ancora più profonda.


La scuola non è soltanto il luogo nel quale si apprendono nozioni. È uno dei primi luoghi nei quali un bambino costruisce il proprio rapporto con la comunità. È lì che impara a sentirsi parte di un gruppo, incontra compagni e amici, scopre che una persona può avere un nome diverso, parlare un'altra lingua in famiglia, avere nonni nati dall'altra parte del mondo e, allo stesso tempo, condividere con lui gli stessi giochi, gli stessi sogni, le stesse paure.

Per questo motivo la scuola è anche un luogo nel quale si costruisce il senso di appartenenza.


A scuola si costruiscono cittadinanza e senso di appartenenza

Negli ultimi anni la normativa sulla cittadinanza dei minori è cambiata. Il decreto-legge n. 36 del 2025, convertito nella legge n. 74/2025, ha introdotto nell’articolo 4 della legge n. 91/1992 nuove condizioni per l’acquisto della cittadinanza da parte del minore straniero o apolide figlio di un cittadino italiano per nascita o per naturalizzazione, prevedendo specifiche dichiarazioni e requisiti temporali di residenza.

Ci sono ragazze e ragazzi che possono vivere tutta la propria infanzia e adolescenza in Italia continuando, almeno formalmente, a essere considerati “stranieri” e dover comunque confrontarsi con procedure amministrative legate alla propria condizione di cittadinanza e soggiorno, procedure che concedono loro il PERMESSO di continuare a vivere legalmente nel paese in cui sono nati e dove hanno vissuto tutta la loro giovane vita.


La scuola non deve alzare barriere: deve insegnare a viverci insieme

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, proprio all’inaugurazione dell’anno scolastico 2026/2027, ha usato parole che meritano di essere ascoltate con particolare attenzione:


«La scuola è la leva più efficace di integrazione per chi viene da altri Paesi e per i giovani nati in Italia figli di emigrati.»

E ha aggiunto che la scuola deve “non formare ghetti, non alzare barriere”, ma contribuire a costruire coesione sociale.

Sono parole importanti perché riportano il dibattito alla funzione fondamentale della scuola.

La scuola deve certamente affrontare le difficoltà linguistiche, sostenere gli insegnanti, evitare che la concentrazione della fragilità sociale produca disuguaglianze educative; ma la risposta non può essere confondere l’appartenenza amministrativa in una misura dell’appartenenza umana.

Se esiste una classe nella quale molti studenti hanno bisogno di un sostegno linguistico, quella classe ha bisogno di più strumenti, non di bambini divisi sulla base del passaporto.

Sono due esigenze che possono e devono convivere riconoscendo le differenze senza trasformarle in gerarchie. Vale per gli alunni di nazionalità non italiana così come quelli con disabilità.


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